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Consumare i libri


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How to study


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Unfortunately I don't remember where I took this from! Sorry!

How to study a book


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"Economics" (N. Gregory Mankiw, Mark P. Taylor)

Presentation tips


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After yet another terrible presentation (in a world top university), here some ideas about how not to be that boring:

  • Skip the outline. Nobody cares about what you are going to say. Just charm the audience and bring your auditors straight into the topic
  • Nobody cares about you, skip those slides about "your background"
  • Skip also the "motivation" slide. Again, who cares? Just tell us "the thing".
  • Don't use a laser pointer, it's so old-fashioned. Animate things and keep it live (animations could also be old-fashioned.. just make them right)
  • If you show something, it's for people to understand something. Maybe you have the most important plot in the world, but if people can't read the legend, the axis, the numbers.. you might as well not have them. Show effective plots and simplify them if necessary. The purpose is to pass a message, not to show a plot.
  • Use images whenever it's possible, nobody likes to read. A legend for a plot? Just use some clip-art.
  • Don't even think about wasting a slide to present the title of a paper (by print-screening the paper itself). What's the point? Do you think I will remember the title of the article? Use the slides to prove me why I should send you an email begging you to send me that paper, instead.
  • Again, nobody is going to read that table with 20 numbers. Just use graphical indicators (bars, round indicators, whatever). It has to be direct, visual, instantaneous. If people are supposed to listen to you, they can't focus on numbers and text.
End of part 1. I'm sure there will be many more occasions to add tips to the list :)

Educare


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"[...] Mai come oggi l’educazione dispone di così tanti studi e mezzi, eppure mai come oggi educare sembra esser diventato difficile. Un paradosso che ricorda un apologo di Borges. Un re, nel suo delirio di potenza, vuole dominare in un colpo d’occhio la vastità del suo impero, così incarica i suoi cartografi di disegnare una mappa dettagliata, ma non è mai soddisfatto, tanto da arrivare, pena la morte, a chiedere loro una carta in scala uno a uno. I cartografi riescono nell’impresa, ma la carta è inservibile e anche l’impero va in rovina. Esiste una preoccupante somiglianza tra noi e il re: abbiamo strumenti e informazioni in scala uno a uno, ma non sappiamo come muoverci e finiamo con l’improvvisare sotto la pressione delle nostre paure proiettandole sui ragazzi. Manca una mappa in scala utile per poter leggere i fenomeni nella giusta proporzione, manca l’essenziale: educare significa generare il nuovo, continuare a dare alla luce, aiutare a crescere. E si aiuta a crescere nella misura in cui si rende la persona autonoma, cioè capace di dare un giudizio sulla realtà. Quando i miei alunni, educatamente, cominciano a dissentire, so di aver lavorato nella giusta e paradossale direzione: liberarsi di me.

L’educazione non si riduce a un mero adattamento o addestramento alla realtà, significa piuttosto incoraggiare, aiutando a eliminare le illusioni della conoscenza di sé che portano un adolescente a sottovalutarsi o sopravvalutarsi, a portare nella realtà qualcosa di nuovo, con tutti i rischi di fallire che questo comporta. L’adattamento alla realtà fine a se stesso ingabbia i ragazzi in una selva di regole che recintano la vita e da cui, così facendo, si libereranno acriticamente e violentemente o di cui diverranno prigionieri apatici. Aiutare a crescere vuol dire indicare perché vivere, per poter abbandonare la comoda posizione fetale e assumere quella eretta di chi esplora: chi di noi non ha almeno una piccola cicatrice generata dagli «spigoli» incontrati in giovane età? [...]

Il letto che questo lunedì vorrei rifare con voi è quello della fiducia, il primo elemento capace di mettere in moto la libertà come esplorazione del reale, di aprire lo spazio del desiderio e del coraggio. Ma a cosa dare fiducia? Alle potenzialità interne al soggetto (figlio o studente), proprie della natura umana e specifiche dell’individuo in quella fase della crescita, cioè al nuovo che il ragazzo è e può fare. Soltanto così l’educazione si svincola dalla paura, dal controllo, e si apre alla chiamata per nome. Perché mai dovrebbe uscire di casa chi non sa che cosa portare oltre l’uscio? Educare è mettere le persone a rischio, non proteggerle da ogni caduta, non sostituirsi a loro, ma introdurle nel campo di battaglia da protagonisti (parola che indica colui che combatte in prima linea, non un narciso in cerca di applausi). Ma quanto è difficile trovare il giusto equilibrio tra controllare e lasciar andare, quanti dubbi, quanti errori, tutti patimenti comunque preferibili ad adolescenze protratte sine die o orfani senza direzione. [...] Invece la vita, là fuori, è fatta di limiti ed è proprio scontrandosi con quei limiti (delusioni, dolori, fallimenti) che un infante abbandona il pensiero magico e diventa un fante: cioè colui che va alla guerra della vita con la propria testa e il proprio corpo, con la mappa che i genitori gli hanno fornito per orientarsi al buio, nelle intemperie dei giorni. Il nostro compito è quello di dare un senso (significato e direzione) alle loro frustrazioni e contenerle, non eliminarle. Riuscite a immaginare un quadro fatto di sola luce, senza ombre?

Forse possiamo provare a rifare il letto delle piccole e progressive responsabilità da affidare a bambini, adolescenti, giovani perché conoscano i propri limiti e qualità. Quante cose affidiamo loro nella vita familiare? Quali compiti specifici? A scuola vale lo stesso: dando a tutti la stessa minestra, purtroppo non c’è tempo e spazio per sviluppare talenti specifici e interessi particolari, non c’è traccia di opzione interna ai percorsi. Mi ricordo di una ragazza stufa delle approssimative lezioni di italiano di una docente svogliata e che recuperava ponendo domande a un professore di un’altra classe, durante l’intervallo. Decise di cambiare sezione, benché fosse al quarto anno di superiori. Tutti gli adulti di riferimento (genitori, preside, altri docenti) privilegiavano la via della sicurezza: sei alla fine, lascia perdere, tieni duro. Lei invece perseguiva la via della salvezza, perché voleva coltivare la sua passione. La incoraggiai a fare il grande passo. Mi scrisse alla fine dell’anno successivo, felice, per l’esito brillante della maturità e per il senso di efficacia, autonomia, sfida che quell’avventura le aveva dato. La vita era nelle sue mani e non poteva rovinare i suoi talenti per quieto e disperato vivere. Aveva affrontato la paura (altrui prima che sua): per questo era maturata davvero, non certo per l’esame.

«Racconta di quella volta che hai ricevuto un dono che ti ha fatto felice»: così recitava il titolo di un tema assegnato a un dodicenne qualche settimana fa. Che cosa vi aspettereste? Quale oggetto? Quale videogioco? Queste le sue parole: «Mi ricordo un fatto avvenuto cinque anni fa. Era sera e stava piovendo, mia madre e mio padre dovevano uscire, mio fratello era a un allenamento e non sarebbe tornato prima delle 21.15. Dato che erano le 20.40 ho pensato che avrebbero chiamato qualcuno per tenermi tranquillo e mettermi a letto, invece mio padre mi ha comunicato che, a parer suo, io fossi abbastanza grande da poter passare un pezzo di serata da solo. La mamma non era molto d’accordo ma poi acconsentì. Questo è stato uno dei regali più belli della mia vita e quei 35 minuti mi hanno fatto sentire importante e mi hanno fatto capire il senso della fiducia e il fatto che le persone accanto a me si accorgessero che stavo diventando autonomo».

[...] Se provassimo, a casa, a scuola, a incoraggiare questa autonomia con piccoli o grandi responsabilità che diano ai ragazzi senso di autonomia, efficacia e accettazione degli eventuali fallimenti? Se invece di riempire le loro tasche di oggetti rassicuranti, riempissimo le loro vite di progetti rischiosi?

Tratto dal Corriere

A cuore aperto


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Non esattamente ciò che ti aspetti quando frequenti un corso di ingegneria che nulla ha a che fare con l’aspetto “bio” o la medicina in generale, ma per una serie di “coincidenze” mi sono trovato nel più importante centro europeo di chirurgia cardiaca. Il laboratorio in cui lavoro (in università) sta infatti partecipando ad un’iniziativa per realizzare un cuore artificiale, che nel nostro caso funzionerà in modo del tutto particolare ed originale (di cui non posso parlare troppo..). 

E poiché stiamo progettando (e costruendo) un cuore siamo in contatto con le persone che di questo si occupano tutti i giorni, e così mi sono trovato di fronte ai più importanti cardiochirurghi del mondo che presentavano lo stato dell’arte ed i possibili sviluppi (in tedesco, tra l’altro).

Già l’essere capitato in questo ospedale è stata per me quasi una sorpresa, ma non potete immaginare la mia espressione quando siamo entrati nello spogliatoio, ci siamo svestiti per indossare il camice verde, ci siamo lavati braccia e mani, abbiamo preso mascherina e cuffia per i capelli ed infine.. siamo entrati in sala operatoria. Nel giro di pochi secondi mi sono trovato a 50 cm da un cuore, vivo, in vista, che batteva continuamente. Il paziente era completamente coperto, rimaneva giusto lo spazio per poter lavorare sul cuore, dove i chirurghi hanno installato una pompa ventricolare che supporta/sostituisce il cuore nel suo normale funzionamento. E in tutto il tempo il cuore non ha mai smesso di battere!

Abbiamo assistito a tutto l’intervento, in particolare alla parte cruciale di installazione della pompa, che chiaramente deve essere collegata da una parte all'aorta e dall'altra al ventricolo del cuore. La sala operatoria sembrava addirittura predisposta per le visite, con tanto di sgabello per portarsi esattamente al di sopra del cuore e dei chirurghi, per avere una perfetta visione dall'alto. Chiaramente sono stati minuti di forte impatto, nonostante il clima assolutamente rilassato di tutto il personale, chirurghi per primi. Chiaramente per loro la professionalità e l’esperienza riducono la componente di “straordinarietà” quasi del tutto, ma per un semplice spettatore come me è stato assolutamente .. incredibile.

Chiaramente vedendo “dal vivo” (in tutti i sensi..) come il cuore artificiale viene installato si capisce quali sono gli spazi, le procedure, le difficoltà, le caratteristiche che questo strumento deve avere. Poche ore mi hanno permesso di acquisire più informazioni di tanti giorni spesi su libri, oltre al fatto che il contatto diretto con il problema lo rende sempre più chiaro e più delineato. Il centro di Berlino tra l’altro mi è sembrato un ospedale estremamente avanzato ed attrezzato, certamente all'altezza della sua fama (agli occhi di un inesperto come me).

Esperienze come queste dovrebbero essere alla base della vita degli studenti (magari nei rispettivi campi di studio..), ed invece troppe volte spendiamo ore a cercare di immaginare concetti e problemi, quando il contatto diretto con la realtà ci aprirebbe gli occhi in un attimo dandoci incredibili stimoli.

Overseas


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What schools don't teach..


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Cosa dovremmo imparare a scuola? Solo nozioni, formule e descrizioni?
L'informatica "insegna" a pensare, a creare, a costruire.. ad usare la fantasia. Non serve ricordare centinaia di pagine ma basta pensare e inventare.. e la strada del successo diventa tutta in discesa!

How to.. listen!


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Live interaction still matters. Teachers, meetings, presentations, one on one brainstorms--they can lead to real change. The listener has nearly as big a responsibility as the speaker does, though. And yet, Google reports four times as many matches for "how to speak" as "how to listen." It's not a passive act, not if you want to do it right. If listening better leads to better speaking, then it becomes a competitive advantage. [...] The hardest step in better listening is the first one: do it on purpose. Make the effort to actually be good at it. Don't worry so much about taking notes. Notes can be summarized in a memo (or a book) later. Pay back the person who's speaking with enthusiasm. Enthusiasm shown by the expression on your face, in your posture, in your questionsPlay back what you hear but in your own words, using your own situation. Don't ask questions as much as make statements, building on what you just heard but making it your own. Take what you heard and make it the foundation for what you are trying on as your next idea. If you disagree, wait a few beats, let the thought finish, and then explain why. Don't challenge the speaker, challenge the ideaThe best way to honor someone who has said something smart and useful is to say something back that is smart and useful. The other way to honor them is to go do something with what you learnedGood listeners get what they deserve--better speakers.

Make it fun!


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Sono (anche) le persone così a cambiare il mondo: quelle che insegnano con passione e si impegnano affinché gli studenti capiscano davvero la materia, senza memorizzare definizioni e regole ma cogliendo davvero il concetto che ne è alla base.

Questione di "strategia"


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Immagine carina rubata da facebook, che rappresenta un classico dilemma di chiunque si approcci ad un nuovo problema. Inizialmente entriamo in modalità “brute force”, cioè proviamo e riproviamo sperando che uno dei nostri tentativi ci porti alla soluzione, e ad ogni passo ci avviciniamo sempre più alla meta (ma molto lentamente). Questa strategia funziona quando il problema non è troppo complesso o quando siamo molto (molto!) veloci ad iterare i tentativi.. però spesso non è così, e mentre qualcuno continua a provare con l’approccio standard altri iniziano a pensare che forse conviene smettere di dedicarsi “al problema” e dedicare un po’ di tempo alla “strategia per risolvere il problema”. Così il “Geek” interrompe il brute-force e inizia a spendere del tempo senza produrre alcun risultato: investe risorse non sul problema, ma sull'approccio. Nel frattempo il “non Geek” continua a guadagnare piano piano dei risultati, e se il problema non è troppo complesso riesce perfino a vincere, mentre il “Geek” sembra rimasto indietro. Ad un certo punto, però, la strategia inizia a fare la differenza: quando si è capito “come” risolvere il problema basta seguire la procedura che si è ideata, e la soluzione viene di conseguenza: da questo punto in poi la soluzione è a costo zero. 

Interessante anch il “Nerd”, che rappresenta il classico free-rider: segue la strada con più certezze (brute force: prima o poi la soluzione si trova, il problema è quanto tempo ci si mette) ma quando qualcuno trova un modo più rapido subito ne approfitta. Tra l’altro l’approccio “Nerd” è comune anche a tanti (altri) animali, quindi c’è poco da stupirsi.. Però il problema è che c’è sempre bisogno di quel qualcuno (l’amico “Geek”).
Chiaramente però non si sa mai quando smettere il “brute force” e dedicare del tempo “invano” (almeno inizialmente) a cercare una strategia migliore. Non appena smettiamo di provare cresce la paura che il “non Geek” vinca mentre noi sembriamo persi nei nostri ragionamenti.. ma se insistiamo e teniamo duro prima o poi troviamo la strategia vincente. 

Con quale approccio affrontare un problema, dunque? Io sostengo maggiormente la strategia “Geek”. Certamente all’inizio si perde un po’ di tempo, ma alla fine i risultati sono più sicuri e soprattutto facilmente verificabili (perchè una strategia concreta è ripetibile, mentre con un attacco brute-force spesso la soluzione si trova quasi per caso).

High Voltage Lab


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Wow super-mega-excting laboratorio di "High voltages"! E in effetti proprio a proposito di "alti voltaggi" abbiamo parlato, e soprattutto abbiamo "sperimentato"! Il laboratorio è huge e gli strumenti sono davvero impressionanti..

 

Tutto è in grande e le attrezzature sembrano davvero imponenti, oltre che perfettamente pulite e funzionanti..


In particolare il nostro "esperimento" era finalizzato a trovare la distanza minima prima che si verifichi una scarica tra una linea ad alta tensione ed un oggetto a terra.. così abbiamo caricato una linea ad "appena" 250-300 kV fino a che non si è prodotto un bel fulmine tra il cavo e una griglia metallica posta a 50 cm (che si è rivelata essere la distanza "minima").  Incredibile - per gli standard a cui ero abituato - che un'intera classe di 50 persone abbia assistito ad un esperimento così "reale" ed abbia perfino potuto interagire in qualche modo (io personalmente mi sono offerto volantario per semplici operazioni di predisposizione dell'esperimento..). Fantastico, davvero fantastico. Quanto si può imparare da un'esperienza in laboratorio..

E a proposito di cose "in grande", pochi giorni fa nell'atrio c'era un'esposizione di alianti, con tanto di raccolta adesioni per provare questo "sport" fantastico (o ovviamente ho lasciato la mia mail!)



Swiss education


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Dopo un mesetto in Svizzera e soprattutto dopo un rapido pasto con l'amico Noa (appena conosciuto), ho qualche idea da condividere sul sistema scolastico di questo magnifico Paese. Partirei da "l'internazionalità" della scuola, e in particolare dal loro studio delle lingue. Non c'è da stupirsi se gli svizzeri parlano un inglese quasi perfetto, indipendentemente dall'età o dall'estrazione sociale. Mi è capitato di incontrare persone "non proprio giovanissime" (60-70 anni) con una pronuncia ed una grammatica impeccabile. Gli studenti ovviamente non hanno alcun problema con la lingue, e neppure con le lingue in generale. Molti svizzeri di altri cantoni sanno anche il tedesco o comunque hanno una buona dimestichezza nell'apprendimento di altre lingue. Un livello di inglese che qui è "sufficiente" da noi sarebbe considerato ottimo, o quasi (parlo per esperienza..). 1 punto per il sistema svizzero, che ha capito che l'inglese è necessario. E che non perde tempo con inutile letteratura fine a sé stessa, mi si concentra sullo sviluppare le capacità linguistiche degli studenti (e poi verrà la letteratura, se interessa agli studenti..). -1 punto per l'Italia, che dalla terza superiore perde di vista il fine e inizia a raccontarci di Shakespeare e tanti altri, senza però che gli studenti sappiano articolare un discorso di senso compiuto (non che Shakespeare non sia importante.. ma è come studiare Leopardi senza saper parlare italiano..).

Sono ancora nella fase di "scoperta" del sistema universitario e soprattutto devo ancora sostenere esami, quindi per ora mi limito a qualche semplice considerazione. Nel Paese della democrazia per eccellenza (qui esiste la democrazia DIRETTA, e funziona alla grande) l'università pubblica è per tutti. Chiunque può accedere al bachelor (laurea triennale) all'ETH, il problema è resistere. Stando a quanto mi dice Noa, il primo anno di ingegneria meccanica si trascorre in un unica classe condivisa da più di 500 studenti. 10 mesi di lezioni e alla fine dell'anno 14 esami in un unico blocco, e si può "fallire" un esame soltanto una volta. Questo significa che se anche il secondo tentativo di un esame (qualsiasi) va male, si è automaticamente espulsi dal programma universitario scelto. Ma non solo all'ETH, bensì in tutta la Svizzera. Niente più ingegneria meccanica insomma (a meno di non emigrare), però si può sempre ricominciare (da zero) con qualcos'altro. Il tasso di "espulsione" dall'ETH nel primo e secondo anno di bachelor è circa del 50% (per anno). La Svizzera in questo caso guadagna e perde un punto contemporaneamente. + 1 perché l'università è accessibile per tutti (così non serve comprarsi un voto di maturità come in certi casi succede in Italia) e perché c'è una giusta competizione. Chi perde tempo rimane indietro, ottimo. - 1 perché mettere gli studenti in condizione di stress (14 esami in un unico blocco, massimo 1 ripetizione..) non è certamente il modo migliore per trarne il massimo. Inoltre dover abbandonare i propri progetti solo per un esame andato male 2 volte mi sembra davvero meaningless. 

Sugli esami so ancora troppo poco, però chiaramente sono tutti (o quasi tutti) a libri aperti, e in certi casi in formula "all inclusive" (quindi libri, appunti, computer, internet..). Questo può sembrare davvero rivoluzionario, ma qui l'obiettivo è saper fare, non saper imparare a memoria e puntualmente dimenticare il giorno dopo. Normalmente il semestre inizia a Settembre e finisce a Dicembre, 1 mese di pausa e 1 mese per la sessione di esami (alcuni dei quali si svolgono l'ultimo giorno di lezione a Dicembre). Poi si riprende a metà Febbraio e si conclude a fine Maggio, pausa Giugno e Luglio ed esami ad Agosto (ok questo è un po' extreme..).

Le lezioni sono prevalentemente frontali, quasi sempre con supporti digitali e spesso con esempi e applicazioni. Non mancano generalmente i compiti, abbastanza impegnativi ma sempre inerenti il materiale coperto a lezione. Ribadisco (come in post precedenti, vedi USA 2011..) l'importanza di questi esercizi, che in sostanza obbligano gli studenti a rivedere il contenuto delle lezioni e fissano i concetti nella mente. A volte le consegne si sovrappongono e il carico di lavoro diventa importante, però finora sono sopravvissuto (ecco, le ultime parole famose..).

Nel complesso sembra un sistema estremamente competitivo all'inizio, che poi si "stabilizza" su un buon livello in cui rimane un minimo sfondo di competizione. I miei compagni di corso sembrano interessati almeno quanto me, e decisamente preparati. Ancora un paio di mesi e avrò già concluso molti corsi e dato molti esami.. let's go.

Incredible mind


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Incredibile il "potere della mente". In particolare l'autismo nasconde segreti che ancora non riusciamo a penetrare e chissà se mai sapremo cosa davvero può fare la nostra mente..

Podcast - Screencast


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Alcune delle mie lezioni sono online con podcast e screencast (slide + voce), come in parte avviene anche al MIT. Questo è il futuro, finalmente un Paese evoluto.. è fantastico, estremamente utile e (ovviamente) perfettamente funzionante.

Deutsch lernen


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Un modo simpatico e non-troppo-noioso per imparare il tedesco..!

Perché la matematica?


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Due settimane fa, l’inserto domenicale del New York Times ha pubblicato un articolo intitolato L’algebra è necessaria? A porsi la domanda non era ovviamente un matematico, o uno scienziato. Bensì, un politologo, preoccupato del fatto che ormai nelle scuole statunitensi la matematica sia diventata un ostacolo obbligatorio, che devono superare tutti coloro che poi vorranno iscriversi a qualunque tipo di corso di laurea all’università, scientifico o umanistico che sia.


“Pure i poeti o i filosofi devono studiare la matematica alle superiori”, si scandalizzava il povero politologo! E il suo argomento era che è giusto far sudare sulle equazioni o i polinomi gli studenti che se lo meritano, perché vogliono diventare ingegneri o fisici. Ma perché mai torturare gli altri, così sensibili, che vogliono invece scrivere versi o dedicarsi alla metafisica? Da noi, queste cose le dicevano Croce e Gentile un secolo fa, e il bel risultato che si ottiene a non far studiare la matematica agli umanisti lo si vede anzitutto dalle loro opere filosofiche, appunto.

Più in generale, non è certamente un caso che la filosofia analitica, che monopolizza il mondo anglosassone, sia così diversa da quella continentale, che domina nella vecchia Europa. Lo standard di rigore adottato dalla prima è infatti contrapposto allo stile letterario della seconda, e la matematica insegna anzitutto proprio quello standard. Questo è il primo motivo per studiarla: perché chi viene forgiato da una logica ferrea, nella quale un solo segno sbagliato può provocare disastri irreparabili, non si accontenterà più dei non sequitur di Heidegger o di Ratzinger, e rimarrà felicemente sordo alle sirene della metafisica filosofica o teologica.

Naturalmente, la ragione ha una sua bellezza. Dunque, il secondo motivo per studiare la matematica è educare l’occhio o l’orecchio della mente, per essere in grado di vederla o sentirla, questa bellezza. In fondo, nessuno si chiede perché si creano e si fruiscono l’arte o la musica: semplicemente, sono espressioni dello spirito umano, che soddisfano ed elevano chi le intende. Ma pochi sanno che c’è tanta bellezza nei progetti di Fidia, nelle fughe di Bach o nei quadri di Kandinsky, quanta ce n’è nei teoremi di Pitagora, di Newton e di Hilbert.

Gli esempi non sono scelti a caso. Perché nell’arte e nella musica ci sono, e ci sono sempre state, correnti razionaliste che parlano lo stesso linguaggio della matematica. E capire e apprezzare i loro prodotti richiede lo stesso grado di istruzione, e lo stesso livello di addestramento, che servono per capire e apprezzare i teoremi e le dimostrazioni. In entrambi i casi, all’insegna del motto che, certe cose, “intender non le può chi non le prova”.

E’ ovvio che certa arte e certa musica, allo stesso modo della matematica, richiedono uno sforzo superiore di quello sufficiente per guardare una pubblicità, orecchiare una canzonetta o leggere un romanzetto. Anche scalare l’Himalaya o le Alpi è più impervio che andare a passeggio, ma solo così si possono conquistare le vette, delle montagne o della cultura. E questo è il terzo motivo per studiare la matematica: perché lo sforzo di concentrazione e lo studio assiduo che sono necessari per fruirla, vengono ampiamente ricompensati dalle altezze intellettuali a cui elevano coloro che li praticano.

Infine, il quarto motivo per studiare la matematica è che serve. Senza le derivate e gli integrali, non avremmo la tecnologia meccanica ed elettromagnetica, dalle automobili ai telefoni. Senza la logica matematica, non ci sarebbero i computer. Senza la teoria dei numeri, i nostri pin sarebbero insicuri. Senza il calcolo tensoriale, i navigatori satellitari non funzionerebbero. Addirittura, senza la geometria non sarebbe stato scoperto il pallone da calcio.

Ma senza tutte queste cose, non saremmo comunque meno uomini, o uomini peggiori. Senza la ragione, la bellezza e la cultura, invece, sì. E’ per questo che la giustificazione utilitaristica, che di solito viene invocata per prima, qui appare non solo come last, ma anche come least: cioè, per ultima, anche in ordine di importanza.


Piergiorgio Odifreddi
Tratto da "La Repubblica"

"Ultimo lamento.."


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"Questo è il mio secondo anno di università e, anche se dispiace doverlo ammettere, già sento la mia curiosità e fantasia morire lentamente e inesorabilmenteSperavo, anzi ero quasi convinto, che l'università fosse punto di riferimento per chi volesse costruire qualcosa per il proprio futuro, in realtà sta diventando il punto di riferimento per chi del suo futuro ha paura; per chi preferisce non pensarci galleggiando a tempo indeterminato e pensando che un titolo scritto su un pezzo di carta possa, come per magia, farlo diventare pronto ad affrontare quelle responsabilità da cui era scappato.
Mi chiedo poi a cosa serva fare dieci, dodici esami all'anno. Darò io una breve risposta. Significa concentrare la propria attenzione sul passare in fretta gli esami non preoccupandosi se si è realmente assimilato quanto studiato. Significa non poter approfondire nulla, studiando solo lo stretto indispensabile. Significa bere concetti senza poter dare ad essi una forma; senza cioè avere la possibilità di creare attorno ad un concetto un proprio ragionamento. E’ questo il punto su cui vorrei soffermarmi.
Prima ho parlato di fantasia e curiosità perché, forse un po' ingenuamente, pensavo che essere ingegnere volesse dire ricercare sempre il perché delle cose, trovare soluzioni a qualsiasi problema a partire dal ragionamento. Questo sistema di studio mi impedisce di essere curioso sopprimendo la mia voglia di ragionare obbligandomi a cadere in una sterile, inutile e soporifera forma di tecnicismo. Questa non è ingegneria e inviterei chi di dovere ad avere il coraggio di dare un nuovo nome alla facoltà: Istituto Tecnico Superiore. [...]
Chiedo agli studenti di essere più maturi perché capiscano che se sono qui è perché hanno fatto un investimento su se stessi. Chiedo ai professori di abituarsi a spingere i propri studenti a ragionare e a chiedersi il perché delle cose. Chiedo, sempre ai professori, di cercare di imprimere nello studente l’amore e la passione per la conoscenza. Cercate di costruire delle persone non degli automi. Avete la fortuna di poter insegnare che è il mestiere più importante: non dimenticatevelo."


Lettera di un bravo studente di ingegneria navale
(trovata per caso nel web)

Questa università.. parte 1


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Dopo l'articolo di Repubblica: "Università Ecco le migliori d'Italia" e soprattutto dopo 3 anni di studi all'interno di questo sistema universitario ho deciso di scrivere qualche post sul tema.. Non vorrei un giorno dimenticare come funziona davvero il sistema universitario in Italia, né vorrei dovermi sorbire discorsi di politici e pseudopolitici che elogiano il Paese e i suoi servizi (ma solo quando fa comodo a loro), quindi scrivo.

Inizio oggi, dopo l'ennesimo esame (tra l'altro l'ultimo!) e l'ennesima sensazione di frustrazione. Seguo il corso che - pur essendo assolutamente legato fenomeni reali e concreti - è prevalentemente retorico, con poche esercitazioni e pochissime applicazioni. Ed è andata già bene perché almeno una volta ogni tanto oltre a gesso e lavagna abbiamo visto che lucidi proiettati con la lavagna luminosa (no, nessun videoproiettore, non scherziamo). E se non sai cos'è una lavagna luminosa, ti stimo. Magari non lo sapessi neanche io e fossi circondato solo da schermi e lavagne digitali...

Pochi esercizi dunque.. così chiedo al docente se può darmene alcuni extra, perché purtroppo ho questa brutta idea di voler capire le cose e di non volerle studiare a memoria (modello "papera").. ma purtroppo sono solo nella mia battaglia per capire quello che studio, perché nessun altro mi sostiene e soprattutto il docente mi dice "no, no, gli esercizi non servono.. studia la teoria". Bene.

L'esame è basato su esercizi (beh, almeno questo), e ovviamente quando durante le esercitazioni fai tre esercizi del ca.. cavolo di difficoltà paragonabile a quelli che facevi alle elementari, forse non riesci ad essere così ben preparato come vorresti. E allora ti ritrovi lì a pensare a come "inventare" una soluzione, perché non hai mai visto nulla di simile prima e in qualche modo devi uscirne. E mentre inventi, oltre allo stress dell'esame hai anche una componente di rabbia e frustrazione che quasi quasi urli. Non capisci infatti che senso ha perdere 4 mesi di tempo facendo lezione se il corso non ti prepara in modo adeguato all'esame... allora cosa dovrei aver imparato?

E gli altri? Sono tutti così frustrati?
Ma no! Gli altri se la ridono.. e se la raccontano.. cioè, si raccontano l'esame, se lo scambiano, lo discutono.. peccato che l'esame dovrebbe essere "in solitaria" e tu, povero pirla, cerchi di farlo davvero da solo. E il docente ogni tanto fa finta di arrabbiarsi (senza prendere ALCUN provvedimento), e ogni tanto ignora.. (e ogni tanto collabora con i "gruppi di lavoro"..). Altra rabbia e frustrazione.

Allora consegni, sapendo che qualcosa non è corretto al 100% ma che hai fatto del tuo meglio, e soprattutto che non è colpa tua se non hai saputo fare qualcosa. Ovviamente a volte è proprio colpa tua, perché magari non hai studiato bene o non hai capito fino in fondo, ma questa volta no, perché hai studiato bene ed hai perfino perso tempo a cercare esercizi in internet, ma purtroppo non è così facile trovare il materiale giusto per prepararsi (e lezioni ed esercitazioni dovrebbero servire proprio a questo..). Consegni, dicevo. E poi guardi il compito con il docente, che ovviamente trova i tuoi errori e te ne chiede ragione, e invece di capire cosa non ti è chiaro insiste sugli errori e magari ti schernisce pure.

Beh, uno spasso. Il problema è che eliminando tutto ciò che è superfluo (la rabbia, la frustrazione, il docente che ti schernisce, gli argomenti che non hai capito fino in fondo) alla fine del corso ti rimane ben poco.. eh già, perché avendo fatto poche applicazioni ed avendo studiato "per l'esame" di certo i concetti non si sono davvero radicati nella mente... e allora a cosa è servito?

Concludo qui lo sfogo post-esame, e soprattutto lo sfogo dopo un corso davvero sciupato.. ma anche se forse dimenticherò i concetti del corso (perché non si sono fissati nella mente), non voglio dimenticare come NON dovrebbe funzionare un corso universitario. E voglio sognare un corso perfetto o quasi perfetto, a cui peraltro ho fortunatamente partecipato in passato.

Un corso di ingegneria, secondo me, non può prescindere dallo studio teorico. Ma non una teoria cruda e fine a se stessa, bensì una teoria "ragionata", che sappia scendere nei dettagli delle dimostrazioni solo per capire pienamente le applicazioni. Una teoria che giustifichi i procedimenti e che venga richiamata costantemente a verifica delle soluzioni. Senza, quindi, inutili formule mnemoniche (esami a libri aperti, ovviamente) o dimostrazioni da memorizzare passaggio per passaggio (che puntualmente si dimenticano 3 secondi dopo l'esame), ma con richiami alla realtà ed applicazioni dirette dei concetti, in modo che ci si abitui a ricercare intorno a sé l'applicazione delle leggi della fisica (o chimica, o quant'altro).

E poi.. esercizi. Santi esercizi. Applicazioni, problemi, spunti, esempi, sfide... in una parola: capire. Capire davvero ciò che si fa, come funziona, come si usa.. diventarne padroni, imparare ad usare gli strumenti (reali o matematici) concretamente, saper risolvere facilmente problemi standard e sapersi approcciare a problemi molto complessi.

Infine.. la pratica "reale", cioè il laboratorio. Gli esercizi e le applicazioni (ovviamente anche al PC, è scontato) costruiscono la capacità di risolvere il problema, il laboratorio permette un approccio "effettivo" alla realtà.. ci si rende conto che gli strumenti generano errori, che certe misure non sono affidabili come altre, che certi fenomeni sono più o meno evidenti.. insomma, provando con le proprie mani la conoscenza diventa perfetta.

Allora sì che all'esame puoi chiedermi quello che vuoi, e puoi stare sicuro che non ci saranno problemi.. Fammi pure domande per due ore, e saprò arrivare dappertutto. E a distanza di 6 mesi rifammi le stesse domande, e le risposte non saranno molto diverse...

Eh, sarebbe bello studiare per imparare. Invece per ora dobbiamo studiare per.. studiare.

"Alcune semplici verità"


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Quando leggo introduzioni come questa penso che ci sia ancora speranza per il sistema universitario italiano..

"Facendo gli esercizi si capisce la teoria, si mette in evidenza cio che si ` credeva di aver capito, si fissano le nozioni, si impara come utilizzarle. Un proverbio dice che tra il dire ed il fare c’`e di mezzo il mare. Questo proverbio si tocca con mano facendo gli esercizi. Le nozioni apprese a lezione o da un libro sembrano chiare ma al momento di metterle in pratica sono ... appelli o sessioni d’esame che passano! 
Da qui discende che teoria e problemi non devono essere separati nello studio di una materia, e tanto meno i problemi devono essere affrontati senza aver prima studiato la corrispondente teoria. Qualunque procedimento diverso si risolve in una devastante perdita di tempo, spreco di fatica e, fatto non trascurabile, porta all’oblio di tutto: formule, procedimenti e concetti, nel giro di poche settimane. Lo studio ideale consiste delle seguenti fasi: posizione di alcuni problemi, studio della teoria corrispondente ed infine risoluzione dei problemi mediante la teoria appresa.
Uno dei peccati capitali dell’insegnamento sta nello spiegare una teoria senza aver prima dato alcuni esempi di problemi che potranno essere risolti. E’ bene partire facendo un elenco di esempi, facendosi molte domande, creando la necessita di una teoria. Quello di iniziare una esposizione con la classica parola "Consideriamo..." è altamente sconsigliabile. E’ bene dare una panoramica delle problematiche, esaminare una serie di esempi, stuzzicare la curiosità dell’allievo mostrandogli dove si vuole arrivare, quello che si sara in grado di fare a fine corso, `mostrando immagini o fotografie o oggetti sui quali ci si pongono domande."


Fonte: http://www.dicar.units.it/mdp/tonti/ConsigliMeccanicaRazionale.pdf