"Ficus Tremens" - Poncione di Ruino (Val Bedretto, CH)


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Always bring a proper camera..

Ski & Climb in April with Andrea in Val Bedretto. 

We leave early in the morning for a "half-day tour" (these were Andrea's words). After a couple of hours in the car we take our skies and climbing stuff and we start hiking up towards the Capanna CAS Piansecco. Finally we put our skies on for some advanced "ski touring on mixed terrain" (i.e. snow and grass).

Andrea attempting to ski (up) on mixed terrain

After 1-1.5 hour we reach the wall (Poncione di Ruino) where Andrea intends to climb the easy and trivial "Ficus Tremens", 7a+.


Image taken from here

The first pitch (6c+) is half-buried under the snow, thank God. But anyhow the second half is still challenging and not exactly an ideal warm-up.

The second pitch (6b+) is not very difficult, except for the first 3 meters, quite tough. I even try to fly the drone, however for some reasons (maybe wind? or a software problem?) it was very, very difficult to control it and especially to bring it back.. In several occasions I got afraid that the drone would fly (or fall) down to the base of the wall on his own..

The third pitch is an amazing 7a+ along a beautiful, overhanging crack with a delicate traverse at the end. Difficult, exhausting, hard. We struggle. At the end of this pitch, we decide to skip the next two (one is too easy, the last one too difficult) and we rappel down.

Not satisfied, we climb the first amazing pitch (6c+) of the route "Danielli-Pohl", a tiny, long crack that requires delicate, elegant steps.

We then put back on our skies and rapidly descend towards the car: somehow we even manage to enjoy the ride! Finally we drive back and reach Zürich at around 20, after another great half-day tour.

Climbing "Herbstwind" - Klausenpass (CH)


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Image taken from here

Quite an intense climbing route at Klausenpass (CH), with Andrea.

How to get there

From the Klausenpass hotel just go up towards the wall (follow a path at the beginning, then just go straight up). 30 min or so.

General description
  • Bolted, generally well-protected.
  • Belay stations equipped with a ring for rappelling
  • Wall facing south. However when we go there it was still partly in the shade, therefore the first pitch was for us cold and difficult!
  • Rock is generally good, maybe a bit worse in the last pitches
  • Very nice route. First pitch hard, then totally doable.
  • Descent rappelling along the wall. Easy and quick.
Pitch-by-pitch

  1. Hard! 6c+ or so. The rock was cold, we struggled. With a proper "warm up" it would have been fine and fun - I guess. Andrea leads.
  2. 6b, not really difficult. It was just a bit complicated to "read" the rock and find good holds. Still Andrea.
  3. 6b, a bit more interesting. My turn. I end up at a belay station a few meters on the left of the "right" one and when Andrea reaches me and notices the mistake he pronounces the sentence of the day "Ci siamo giocati la via" ("We fucked up the entire route" - simply because we had to spend 5 minutes extra traversing to the "right" belay station)
  4. 6b, nice pitch. Andrea leads.
  5. 6a+, my turn. Not difficult, with a nice step at the end.
  6. 6b+, Andrea. First part very easy, then one step a bit harder a few meters under the belay station.

Romanzo Criminale


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La storia di un'Italia difficile, intricata, violenta, criminale. Di cui sappiamo cosi' poco, nonostante ci abbia segnato cosi' tanto. Di cui forse non sapremo mai tutto.

Identità e autostima


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E incomincia ad incrinarsi anche l'identità (...). L'identità non è qualcosa che avete per natura o per cultura, l'identità è un dono sociale: il concetto che io ho di me lo devo a coloro che mi hanno riconosciuto. Me la da un altro l'identità: se una mamma dice al suo bambino "sei bravo" e lo dice anche la sua maestra, si costruisce un'identità positiva (...). 
E non solo da piccoli, ma anche da grande. (...) Quelli che sono negli apparati puntano alla carriera, perché se vanno avanti c'è un rafforzamento di identità, se vanno indietro c'è un indebolimento dell'identità.

Via Esculapio - Parete di Padaro (Arco, IT)


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Parete du Padaro (immagine presa qui)

Gran bella giornata con Giuseppe, Valeria e Laura.

Attacchiamo presto ma non troppo e ci godiamo la via grazie alle nuvole che offuscano il sole ed evitano cosi' di farci arrostire in parete. In effetti eravamo consci delle condizioni meteo (pioggia prevista alle 15) e per questo abbiamo scelto questa destinazione nonostante l'estate ormai alle porte.

Via molto bella, quasi sempre continua nelle difficoltà, attrezzata con qualche spit nei punti meno proteggibili. Numerosissimi i cordoni in via (su clessidre), quasi superflui nuts e friends. Soste attrezzate con anche anelli di calata.

Tiro per tiro:

  1. Qualche metro un po' piu' difficile, poi facile fino in sosta
  2. Bellissimo camino, non difficile e di puro piacere
  3. Placca un po' piu' difficile
  4. Bel tiro, non facilissimo: salire obliquando a sinistra, poi muretto e traverso a sinistra non banalissimo. Forse il tiro piu' impegnativo (ma non troppo).
  5. Bella (ma corta) fessura in stile misto-Dulfer, poi facile
  6. Placca, bella
  7. Continuazione della placca, piu' facile
  8. Traverso su sentiero/cengia, 15 metri verso destra
  9. Bel tiro: muretto iniziale, poi ancora qualche bel passaggio mai troppo difficile. Si arriva cosi' nel bosco soprastante, sosta su pianta.

Discesa seguendo il sentiero verso destra fino ad un terrazzino. Prima breve calata, poi discesa per bosco ripido, poi due calate (40 + 50 mt). La seconda quasi interamente nel vuoto! Al termine della seconda calata bisogna spingersi leggermente per raggiungere l'avancorpo separato di qualche metro dalla parate. Non difficile, ma sicuramente non un passo che capita tutti i giorni!

Per dettagli piu' approfonditi vedi sassbaloss.

The night we met


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I am not the only traveler
Who has not repaid his debt
I've been searching for a trail to follow again
Take me back to the night we met

And then I can tell myself
What the hell I'm supposed to do
And then I can tell myself
Not to ride along with you

I had all and then most of you
Some and now none of you
Take me back to the night we met
I don't know what I'm supposed to do
Haunted by the ghost of you
Oh, take me back to the night we met

When the night was full of terrors
And your eyes were filled with tears
When you had not touched me yet
Oh, take me back to the night we met

I had all and then most of you
Some and now none of you
Take me back to the night we met
I don't know what I'm supposed to do
Haunted by the ghost of you
Take me back to the night we met

Testimonianza di un medico del Policlinico San Matteo di Pavia


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Sono tanti gli scenari ai quali un medico non è preparato dal momento in cui ottiene l’abilitazione alla professione. Questa è fonte di curiosità in alcuni, di angoscia in altri. La paura è quella di non essere all’altezza e di non sapere se la preparazione sia sufficiente a fronteggiare la gestione del paziente. Nei testi di medicina il coronavirus è un virus come altri, che magari hanno effetti più devastanti sull’uomo. Inconsapevolmente crediamo che le epidemie siano roba da terzo mondo, da guerra, da degrado sociale e quindi lontane dalle nostre città pulite e civilizzate. I vaccini (ringraziamo di avere la possibilità di farli) ci proteggono dal diffondersi di vecchie infezioni; tuttavia l’ebola, la malaria, la tubercolosi e molte altre uccidono ancora. Personalmente ho visto alcune di queste con i miei occhi – in Uganda ed in Etiopia – e questo mi ha reso consapevole di essere, senza merito, privilegiato. Credo che ciò che ha sconvolto le nostre vite sia la vulnerabilità di cui non siamo sempre consci, noi medici per primi; eppure siamo esposti quotidianamente, non solo ora, a rischi professionali anche più gravi del contagio da COVID-19, questo è bene ricordarlo.

Sono un medico di 29 anni in formazione specialistica presso la Scuola di Medicina Interna di Pavia, al Policlinico San Matteo. Siamo a non più di mezz’ora dall’epicentro dell’epidemia italiana e siamo stati uno dei primissimi centri che ha accolto pazienti COVID-19 positivi, oltre al famoso paziente zero. Non so dire come sia successo, da un giorno all’altro abbiamo capito che stava per succedere qualcosa, ma senza capirne la grandezza. Ed è così che, ormai da più di un mese, le nostre vite professionali e non, sono cambiate. Se all’inizio i pazienti COVID-19 erano confinati al Reparto di Malattie Infettive, ora sono la nostra quotidianità. La scarsità di DPI (dispositivi di protezione individuale) in Lombardia ci ha costretto a rivedere i nostri turni di lavoro: meno persone con più compiti da svolgere per non esaurire le scorte e garantirci di lavorare tutti i giorni e tutte le notti. Dato l’alto turnover di pazienti, non esiste più il concetto di weekend. Non conoscevamo inizialmente come trattare un paziente COVID, ma è stato incredibile scoprire che i pazienti sembrano uno la copia dell’altro, stessa presentazione clinica e strumentale. Abbiamo ricoverato pazienti di tutte le età, dai grandi anziani agli inattesi ventenni. Per questo motivo abbiamo dovuto imparare a gestire le NIV (non-invasive ventilation) per trattare pazienti gravi con le CPAP (macchine che offrono una pressione di supporto ventilatoria), a impostare terapie antivirali o biologiche di nuova generazione. Impariamo dagli errori, dall’esperienza di altri Centri, questo è quello che mi continua ad affascinare della medicina: è una scienza fluida, cambia continuamente.

La mia giornata tipo inizia con la vestizione nelle stanze pulite in cui indosso i DPI, attenendomi a procedure protocollate, impiegando circa 30 minuti. Poi si inizia prendendo i parametri vitali di tutti i pazienti, interpretando gli esami del sangue e le radiografie, impostando le terapie, regolando i flussi di ossigeno che quasi ogni paziente assume. Questo virus toglie a tutti l’ossigeno, dal paziente con la polmonite, al personale sanitario nelle mascherine soffocanti, al parente del paziente che non può vedere il proprio caro. La giornata vola perché i pazienti sono tanti e spesso sono “instabili”, dunque possono peggiorare da un momento all’altro, possono richiedere l’intubazione o avere un arresto cardiocircolatorio. Si tratta di pazienti che un giorno respirano con un minimo supporto di ossigeno e il giorno dopo possono aver bisogno della ventilazione invasiva, pazienti che non sai se troverai nel loro letto la mattina successiva.

La parte della giornata per me più difficile è quella delle telefonate. Parlare con i parenti è difficile, anche questo non si insegna all’università. Comunicare la morte del padre ad un tuo coetaneo, dire alla moglie che il marito verrà intubato o, peggio, che non può essere portato in Rianimazione perché non c’è posto per lui, queste sono le cose che ti porti a casa e nella vita. Ma anche le chiamate ai rianimatori non sono semplici, perché capita ogni giorno (spesso più volte al giorno) di dover provare a trasferire i pazienti gravi in Rianimazione. Però le terapie intensive sono piene, sempre, e allora parte un confronto fatto di pro e di contro, di aspettative di vita che ogni paziente ha e questo è ancora più duro, perché è in quel momento che si sceglie se il paziente avrà altre chance o se per lui rimarrà solo la speranza di farcela. Parliamo di pazienti dell’età di nostro padre o nostra madre. Sembra una lotta assurda in cui entrambi si vince o entrambi si perde, perché quando il rianimatore ci dice di non poter prendere il paziente, soffre insieme a noi. Paziente oncologico, paziente anziano, paziente pluripatologico, sono tutti pazienti che perdono il diritto di priorità rispetto ad un paziente più giovane o senza malattie pregresse. Come farlo sembrare giusto agli occhi di un parente?

Questo virus ha tirato fuori da ciascuno di noi il “carattere”, svelando i pavidi e gli instancabili, i sensibili e i cinici. È strano, ma provo un certo egoismo quando, stando a casa, mi sento meno partecipe, mentre vorrei essere protagonista. Rientrare a casa distrutto e crollare sul divano guardando un film e svegliarmi alle 3 di notte per trascinarmi sul letto, mi fa stare meglio che poltrire a casa tutto il giorno prendendo impegni che probabilmente non porterò a termine.

Nonostante tutto, voglio credere che questa esperienza lascerà in ognuno di noi cicatrici più o meno profonde, che ci ricorderanno l’importanza delle cose vere, delle relazioni, della collaborazione, del tempo per se stessi e della fortuna di vivere in un Paese con un buono (ma potenzialmente ottimo) Sistema Sanitario.

Umberto Sabatini